Niente generalizzazioni, pls. (Versione Beta)

Niente generalizzazioni, pls. Non tutti i post del blog avranno una “versione beta”, arrivata dopo una “versione alfa” mai pubblicata. E’ per puro caso che ho deciso di risparmiarvi un post fuorviante per sottoporvene uno che forse è pure peggio, ma almeno vi racconta qualcosa in più di quel che accade in quel di Melbourne.

Niente generalizzazioni”, ero pronto a scrivere. Però è vero: “Asians rule”. Insomma l’altro ieri facevo mente locale dei miei ultimi spostamenti sul globo ed ho fatto 1+1+1+1+1: il capo della Polizia di Vancouver (costa est del Canada) è cinese; il sindaco di Melbourne (costa ovest dell’Australia) è cinese; al quartiere Esquilino (lo so, lo so, sei a Via Merulana…) Fra resiste come ultimo esemplare di homo indo-europeo in tutto il quartiere; al sesto piano dello studentato Unilodge, a Melbourne, la popolazione asiatica è presente in proporzione pari al 95% degli inquilini. E, come se non bastasse, all’università c’è una visibile, pur se approssimativa, spaccatura tra gli asiatici che studiano scienze e matematica e gli europei che discettano di politica e letteratura. Insomma, Asians rule, stavo per scrivere. Senza fare generalizzazioni, sia chiaro.

Niente generalizzazioni. E infatti ieri parlo con Paul, ragazzo di Shangai emigrato in Australia molti anni fa. L’ho conosciuto in cucina dinnanzi a un piatto di pasta, io, e dinnanzi a non so cosa, lui. Studia matematica, neanche a dirlo, ma ci tiene a precisare che lui è un “local”. Insomma, bye bye Cina. Poi ieri ci si rincontra sulle scale e, parlando del più e del meno, la domanda fatidica: “What about Italy? Is Italy a democracy?”. Per un attimo ho pensato fosse un radicale – con annessa denuncia del regime di monopartitismo imperfetto imperante nel nostro paese -, ho pensato di abbracciarlo – i radicali anche a Melbourne! -, poi ho capito che la sua domanda era dettata da ignoranza, allo stato puro, della situazione. Gli ho risposto di sì, senza mostrarmi troppo stupito. Poi mi ha chiesto “e perché dell’Italia non se ne sente mai parlare, mentre di Sarkozy e della Francia sì?”. E io a dirgli che Sarkozy, finora, è stato tanto fumo e poco arrosto. Che noi siamo un attore più europeo che internazionale, ma che pure sulla moratoria delle esecuzioni capitali…Poi, visto lo spaesamento dell’interlocutore alla parole “Europa”, “moratoria”, ho pensato di assestare un facile colpo di grazia, affibbiando la notorietà del Presidente d’Oltralpe al fatto che abbia sposato Carla Bruni. Italiana. Il semaforo ci separa, non prima che lui mi abbia detto di non conoscere nemmeno Carla Bruni.

Niente generalizzazioni. La sera si continua a cena. Attacca lui, superando tutta la introversione che di cui i residenti del piano – senza generalizzare, ma in particolare i cinesi – hanno dato abile mostra. “Ho cercato Carla Bruni su Google, non è che sia granché”. Non me la prendo, provo a spiegargli del duello storico con Claudia Schiffer e Naomi Campbell. Ma lui non ha mai sentito nulla di tutto ciò. Poi si fa curioso e mi chiede: “Ma voi Europei avete tutti lo stesso aspetto?”. Incredibile, no? Mi metto nei suoi panni – ovvero penso a come io guardo ai cinesi – e dico che “in fondo siamo tutti indo-europei”. Ma poi attacco con le varie differenze: inglesi, scandinavi, terroni. Avverto pure a lui: niente generalizzazioni, questi sono solo stereotipi. Quando mi sente parlare degli svedesi (e delle svedesi) si fa più interessato; allora metto un dito sulla mappa del globo attaccata in cucina e gli indico i paesi scandinavi. Lui strabuzza gli occhi. Ci metto dentro pure i Turchi, nel discorso, che sapete per me sono Europei al 100%. E lui ancora più incredulo. Poi per arricchire il tutto gli dico di come gli italiani, scuri e bassi – capitemi!-, fossero discriminati, almeno in parte, nel Sud Africa dell’apartheid. Solita faccia estasiata. Ripete: “Sud Africa”. Altro dito sulla mappa: “Ecco il Sud Africa”. Ma dell’apartheid non ha mai sentito parlare. Rinuncio.

Niente generalizzazioni, dicevo: questi cinesi spingeranno pure, come si dice a Roma, ma forse tutti gli altri hanno ancora una speranza prima che i cittadini dell’ex impero celeste arrivino a dominare il pianeta. Che questi ultimi, immersi in un paese di oltre un miliardo di persone, pierni di sè come sono, non riescano ancora a guardarsi attorno con piena cognizione di causa. Ma, sia chiaro, non mi permetto di generalizzare nemmeno su questo! Alla prossima…

Qui Melbourne. Passo.

Porca lamadonnamia”, queste le prime due parole rivoltemi da un australiano doc. Si chiama Frank, originario di Caltanissetta, ed è venuto a prendermi all’aereoporto - gratis - per il solo fatto che vengo da un altro Paese. “Marco?” – mi punta da una decina di metri e sorride – “Where are you from?”. Italy? E vai con la bestemmia. Pronunciata senza cattiveria, sia chiaro, con l’intonazione sbagliata ed un sorriso compiaciuto stampato sulle labbra. Ma io tiro lo stesso un sospiro di sollievo, che a sentire il TG2 di Mazza pareva che la comunità italo-australiana, sull’onda emotiva generata dalla visita del papa tedesco, si stesse preparando ad armarsi e partire per le crociate. Poi dice che il ‘vissuto’ degli italiani – anche credenti - non è laico, come sostiene quello. Di buon umore, ma con una maglietta troppo leggera, vengo scaricato di fronte al mio studentato. “Be good Marco”, stretta di mano con Frank che, prima di me, ha scaricato una ragazza inglese, un ragazzo indiano ed uno cinese ma che, solo a me, ha riservato parole di incoraggiamento. Sul pulmino domande di rito. Bastano per confermare che il mondo ormai si divide in due: noi occidentali che discettiamo di letteratura e scienze politiche, loro orientali che studiano numeri e formule. Ma questa è un’altra storia.

Prima del pulmino c’è stato l’aereo. Diecimila kilometri da Roma a Kuala Lumpur. Poi altri seimilacinquecento kilometri dalla Malesia a Melbourne. Il tutto ad una velocità di crociera di circa novecento kilometri orari, mantenuta per ventuno ore effettive a diecimila metri di altezza. Con tre ore di scali vari, fa ventiquattro ore. Niente male, no? La Malaysian Airlines si merita un ottimo voto. Sedili comodi, pasti ottimi e serviti concedendo al passeggero opportuni momenti di riflessione, ampia scelta di film e video. Hostess in kimono e stewards in papillon. Per giunta gentili. Nel lungo viaggio, quindi, non mi sono fatto mancare nulla, compresi 5 minuti di ragguardevoli turbolenze all’altezza delle Isole Nicobare, arcipelago dell’oceano Indiano orientale, buttato lì tra India e penisola indocinese. Risultato: qualche urletto, tre persone che si alzano, nonostante gli scossoni, per andare al bagno a vomitare ed un rapidissimo ma intenso sforzo mentale per calcolare la distanza dalle coste più vicine.

Sarà per quello sforzo che, arrivato nel mio studentato, Unilodge, crollo subito. Giusto il tempo necessario per snocciolare un rosario di alleluia in nome di Oscar che mi ha lasciato lenzuola, piumone e cuscino – apparentemente – puliti e profumati sul letto. Passo.

L’auto-eutanasia di mia madre

Qui la lettera e la risposta di Mina Welby

Ricercopoli

Ricercopoli© è un sistema-Paese, tra i più celebri al mondo.

I giocatori competono per guadagnare rendite di posizione e potere corporativo in un campo d’attività vitale per il nostro paese come quello della ricerca.

A turno i giocatori attorno al tabellone - governi, istituti scientifici, ospedali, atenei e baroni locali - muovono le pedine in senso anti-meritocratico, distribuendo fondi pubblici in modo del tutto discrezionale, avallando gli sprechi “per decreto”, nominando propri sodali e congiunti nei posti chiave della cultura e della ricerca, violando in ogni modo trasparenza e certezza del diritto.

Obiettivo del gioco è quello di ottenere il dominio assoluto e incontrastato nel settore, costringendo alla bancarotta concorrenti e cittadini tutti, in definitiva affossando cultura, economia, legalità e giustizia sociale.

L’Associazione Coscioni vuole cambiare le regole. Ribaltiamo il tabellone?

Questione d’accento

Se l’Italia criminalizza, pure la Spagna con gli immigrati non scherza. Oggi una settantina di immigrati ha assaltato Melilla, enclave spagnola sul territorio del Marocco. “La maggior parte di loro è stata respinta dalle forze di sicurezza”, recita un comunicato della prefettura di Melilla. Il ministro del Lavoro del governo Zapatero, Corbacho, intontito dagli annunci del governo italiano, qualche settimana fa aveva dichiarato: in Italia “pongono l’accento più sulla discriminazione del diverso che sulla gestione del fenomeno”.

Nel 2006 un immigrato era morto nell’ennesimo assalto della speranza a Melilla. L’anno prima ne erano morti 14. E i proiettili della polizia spagnola potrebbero aver contribuito. Continua a leggere »

Effetto Serra

Troppa grazia

La usa il direttore di Notizie Radicali.

Penitenziagite

L’affare Luiss

Il titolo l’ho preso dal blog di uno degli ideatori dello stesso: l’affare Luiss. In quest’affare, per diverse vicessitudini, ci sono entrato un po’ di sbieco ed in lieve ritardo. Ma naturalmente non ho mancato di dire la mia (strano, no?). Insomma partiamo dai fatti della Sapienza: dopo la rissa a via De Lollis - da una parte i collettivi, dall’altra esponenti di Lotta Universitaria, stando alle prime ricostruzioni - all’Università di Roma non si tiene più un già programmato convegno sulle Foibe, con ospite Roberto Fiore. Il Preside di Lettere, prof. Pescosolido, è tra l’altro costretto a barricarsi in presidenza, minacciato da alcuni membri dei Collettivi che ne invocano le dimissioni. La sua colpa? Aver pensato di dare libero accesso a Fiore nell’ateneo.

Da qui parte l’iniziativa di alcuni studenti Luiss, in testa i rappresentanti degli studenti. Si chiede al rettore di poter proiettare NaziRock - documentario sulla destra-giovane romana - alla Luiss ed in presenza di Fiore, ma il rettore nega il permesso per ragioni di ordine pubblico.

Sinceramente non vedevo così netto, se non in maniera strumentale ed in chiave “fotogenica”, il legame tra NaziRock ed i fatti della Sapienza. Avrei preferito, sin dall’inizio, promuovere una riflessione anche sulla destra estremista romana, ma parlando piuttosto di informazione, fascismo “percepito”, libertà di espressione degli atenei, ed esprimendo chiaramente la solidarietà degli studenti al prof. Pescosolido. Dopo il primo rifiuto del rettore, e dopo un più approfondito confronto tra gli studenti, sembra che stia uscendo qualcosa di buono e che va in questo senso. Vedremo nelle prossime ore.

p.s. Intanto, se avete idee e suggerimenti per “problematizzare” il dibattito, renderlo più accattivante e meno saloon-style, commentate sotto.   

Il dito e la luna

Anche quelli che sembravano i più sgamati, oggi guardano il dito invece che la direzione nella quale punta. Il nuovo portavoce della ormai pressoché estinta Forza Italia ha tra l’altro dichiarato:

Oggi, i cittadini italiani non sono liberi di parlare serenamente al telefono: ciò non e’ ammissibile in un Paese libero”. “In quale altro Paese dell’Occidente avanzato si spende così tanto in intercettazioni? In quale altro Paese dell’Occidente avanzato così tanti cittadini sono spiati e schedati? In quale altro Paese dell’Occidente avanzato sono disposti dalla magistratura così tanti provvedimenti di sorveglianza telefonica?“.

E’ una buona occasione per tornare, approfondendolo, sull’argomento “intercettazioni”. Ieri infatti il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervenendo al convegno dei Giovani imprenditori, ha dichiarato che il Governo intende “introdurre il divieto assoluto di intercettazioni telefoniche, escludendo quelle che riguardano la criminalità organizzata e il terrorismo e nel prossimo Consiglio dei ministri porteremo un nuovo provvedimento”; e poi ha aggiunto: “Saranno previsti cinque anni di carcere per chi le eseguirà e chi le propagherà”.

 

I radicali da anni denunciano quello che abbiamo definito “Caso Italia“, “il caso di un paese in cui l’unica regola certa è quella della riduzione delle norme scritte, del diritto formalmente vigente, a puro e semplice richiamo di valore ordinatorio“, con le stesse istituzioni della Repubblica che si collocano e vivono in una realtà che tecnicamente possiamo definire “fuori-legge”, cioè al di fuori del perimetro della legalità. Proprio per questo credo non si possa pensare di escludere, dal novero delle intercettazioni consentite da un eventuale provvedimento legislativo, quelle che riguardano i reati contro la pubblica amministrazione (peculato, corruzione, concussione) e l’attentato ai diritti civili e politici del cittadino - sul quale - da 30 anni, si fonda il regime partitocratrico e la sua appendice Rai-set.

 

Ancora più preoccupante il fatto che il Presidente del Consiglio accomuni in modo indiscriminato chi le intercettazioni le “esegue” abusivamente e chi semplicemente le “propaga”, ovvero decide di pubblicarle. Pubblicare le intercettazioni fa in fondo parte della deontologia del giornalista. I colloqui che vengono alla luce - lo ha ribadito più volte anche Marco Pannella - danno un grande contributo alla conoscenza delle cose che accadono; “altrimenti tutto resterebbe patrimonio di 200-300 esponenti dell’oligarchia di destra e di sinistra, che userebbero le informazioni per colpirsi reciprocamente, come palermitani e corleonesi”. Pubblicare tutto, dunque, senza cancellare nulla, se non quanto dettato dalla stessa deontologia di giornalista. Questo, almeno, se si vuole tenere in considerazione il ruolo dei cittadini e del popolo sovrano - organo costituzionale secondo la stessa dottrina - con i suoi diritti, in primis quello ad essere informato.

 

In queste ore c’è pure chi, lodando l’annuncio del Premier, si chiede “in quale altro Paese dell’Occidente avanzato si spende così tanto in intercettazioni”, in quale altro paese “così tanti cittadini sono spiati e schedati”. Porsi tali domande retoriche facendo l’economia, ancora una volta, del Caso Italia, non ha senso. Il numero spropositato di tanti provvedimenti di sorveglianza disposti dalla magistratura è solo una delle conseguenze nefaste ed inevitabili di una peculiarità che, nel panorama europeo, è esclusivamente italiana: l’obbligatorietà dell’azione penale. La magistratura inquirente non ha la possibilità, come invece avviene in altri paesi, di valutare gli elementi indiziari - magari a seguito di indagini preliminari delle forze di polizia - e scegliere se intraprendere o meno l’azione penale. In una tale situazione, le intercettazioni costituiscono l’unica “tecnologia” utilizzabile rimasta nelle mani del magistrato, deontologicamente anche lui - magari suo malgrado - costretto ad utilizzarle.

 

Le dichiarazioni del Premier, l’analisi superficiale su cui sembrano fondarsi, allontanano ulteriormente la possibilità di adesione da parte di nuove generazioni di magistrati - come dei non pochi capaci ed onesti delle “vecchie” generazioni -, magari pronti a rivoltarsi contro questa attuale maggioranza dell’ANM, ad una prospettiva concreta di riforma della giustizia italiana, di cui Berlusconi sembra non voglia nemmeno discutere.

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