Sotto tesi, ma tra un po’ si riparte
Sono sotto tesi per i prossimi 15 giorni. Ma forse dovrei dire dove sono stato negli ultimi mesi. Però sono sicuro che i lettori si accontenteranno. Tornerò, pieno di segnalazioni ed opinioni come non mai. Intanto vi consiglio di dare un’occhiata a questo nuovo blog, di un amico di Bruxelles.
(E poi la mia ultima fatica).
Leoluca Orlando sì, Leoluca Orlando no
Quando centinaia di cittadini erano in sciopero della fame per chiedere che il Parlamento ristabilisse la sua stessa legalità e rispettasse le indicazioni del Presidente della Repubblica, Veltrusconi dichiarò che “la questione non interessava la maggioranza degli Italiani”. Ma sì, cosa interessa al popolo-bue se per oltre sei mesi la Corte Costituzionale ha operato con un membro in meno di quelli dovuti, rendendo tra l’altro complicatissimo prendere decisioni in caso di parità (7 contro 7 è un vicolo cieco…se manca il quindicesimo giudice!)? E cosa dovrebbe interessare al popolo-bue se la Commissione parlamentare di Vigilanza della RAI non ha ancora un Presidente e di conseguenza è inoperativa?
Alla gggente, secondo Di Pietro, Veltroni e Berlusconi, interessa altro: “Leoluca Orlando o morte!“; e dall’altra parte: “Tutto, ma non Leoluca Orlando!“. Mentre provano a farci appassionare a tutto ciò, di fatto – come spiega Pannella – si sta nel frattempo subordinando il rispetto perentorio della legalità costituzionale del Parlamento al successo di un mero baratto politico. Con entrambi i partiti conniventi su questa manfrina sensa senso, il Parlamento non può monitorare la televisione pubblica e loro se la spartiscono in parti pari. Con buona pace del Presidente della Repubblica e del popolo-bue. Qualcuno ha visto un giornalista dell’Ordine?
Nel frattempo sui media di massa succedono strane cose. Rimangono i blog, si diceva una volta.
Iraniana
Quando ancora riuscivo ad applicare qualcosa che si chiama autodisciplina, o forse quando avevo più tempo libero, a lungo pensai che fosse cosa buona e giusta seguire quello che accadeva in Iran. Iniziaii nel 2001, prima che molti altri ci si mettessero, prima che arrivasse il 2003 e – con il training autogeno al gusto nucleare delle autorità iraniane – tutti iniziassero a (s)parlare di quella che una volta era la Persia.
Oggi mi sento di segnalare un paio di articoli, tanto per ricordare che in America passano i presidenti, ma a Teheran rimane al potere la solita dittatura. Il settimanale iraniano Shahrvand-e Emrouz si chiedeva, nella sua ultima copertina, “Perché anche l’Iran non ha il suo Obama?”. Titolo a caratteri cubitali su faccione sorridente del neo presidente USA. Ahmadinejad ha risposto a modo suo: ha costretto il settimanale a chiudere i battenti. Il pugno duro nei confronti di media, come praticamente tutto ciò che si muove in Iran, è appoggiato dall’Ayatollah Khamenei. Nelle passate settimane alcuni giornali avevano infatti sollevato un polverone che ha portato alle dimissioni del Ministro dell’Interno: Ali Kordan millantava infatti una laurea ad Oxford che in realtà non aveva mai ricevuto. Niente male per una informazione praticamente annichilita, ancora di più dopo l’elezione di Ahmadinejad nel 2005.
La censura non è la sola arma nel campo di battaglia dell’informazione. Giornali vicini alla Suprema Guida hanno infatti contemporaneamente intrapreso una campagna denigratoria verso il nuovo Presidente USA. “Un falco vestito da colomba”, ha titolato Keyhan, giornale conservatore. “L’uomo nero non cambierà mai la politica degli USA”, ha invece spiegato Jomhuriye Eslami.
Gli Stati Uniti osservano. Alcuni consigliano ad Obama di non smuovere troppo le acque prima delle prossime elezioni presidenziali del giugno 2009, in modo da non aiutare in nessun modo – né con aperture, né con attacchi che potrebbero essere sfruttati a fini propagandistici – il presidente in carica. Ahmadinejad, in questo modo, avrebbe meno chances per nascondere la performance economica disastrosa iraniana di cui è in parte responsabile.
Panbord
Da ormai quasi due anni, tutte le domeniche, manco fossi un cristiano rinato, ho un appuntamento fisso con un signore che parla per due ore. Devo dire che non ricordo come ho iniziato; ci penserò e, nel caso lo ricordassi, ve lo dirò. Da quando mi è stato chiesto pure di rendere pubbliche le note che prendevo, ho cambiato metodo più volte. Ma su questo vi dirò un’altra volta. Il punto è che più vado avanti, più mi rendo conto come ogni domenica, a sentire Pannella con orecchio attento, si possano scovare cose interessanti. Ovviamente non tutti condivideranno; altri faranno altre letture delle stesse parole, vedendoci la gestione di equilibri interni all’area radicale, screzi con il Direttore o iniziative politiche comunicate e poi discusse con ascoltatori più o meno rinomati…Io, spesso, le prendo come due ore di Storia Contemporanea. Sì, avete capito, come fossero due ore di lezione. Penso pure che in quei 120 minuti ci sia l’analisi più originale della settimana politica, un punto di vista che condivido e – soprattutto – la descrizione dell’Italia per come spesso mi capita di vederla a me. Non pretendo che nessuno dei (pochissimi) dei miei lettori di questo blog-a-singhiozzo debba pensare altrettanto. Ma d’ora in poi, di lunedì, proverò a discutere con voi alcuni punti, più o meno salienti, di questo appuntamento settimanale. Visto poi che Pannella, almeno secondo chi scrive, è quasi completamente oscurato dai media mainstream, credo che di spunti innovativi ne possano venire. Per tutti, anche i più critici. A voi, se vorrete, il piacere di discuterne.
Oggi, a Melbourne, è stato consegnato il terzo final essay. Ora tra me e la laurea c’è un solo esame. Che, aggiungo, è pure un corso libero, a scelta, chiamatelocomevipare ma lo faccio per la gloria: Australian Politics.
Gli esami non finiscono mai
In quel di Melbourne i corsi sono finiti la scorsa settimana. Ora è tempo di esami. Oggi ho consegnato un paper di 5.000 parole (circa 15 pagine bibliografia inclusa, per intenderci). Mi sono divertito a scriverlo. Ho ricamato sul concetto di diaspora, soprattutto in antropologia, approfondendo con una caso pratico ed alcune interviste che ho condotto personalmente. Ho parlato – figuratevi – di Partito Radicale Nonviolento, Montagnard, Kok Ksor, Vietnam, Khmer Krom, la parola data…Insomma uno spasso. Meno uno, ora ho ancora tre materie davanti a me. Venerdì altra scadenza e potrei andare a meno due. Ed io che faccio? Mi rimetto a giocare col blog.
L’ebbrezza della censura
Mai pensato di navigare su Internet allo stesso modo in cui si naviga al di là della Grande Muraglia cinese? Firefox vi fa provare l’ebbrezza della censura*. (O della libertà).
* Carcerazione e tortura non sono incluse.
Niente generalizzazioni, pls. (Versione Beta)
Niente generalizzazioni, pls. Non tutti i post del blog avranno una “versione beta”, arrivata dopo una “versione alfa” mai pubblicata. E’ per puro caso che ho deciso di risparmiarvi un post fuorviante per sottoporvene uno che forse è pure peggio, ma almeno vi racconta qualcosa in più di quel che accade in quel di Melbourne.
“Niente generalizzazioni”, ero pronto a scrivere. Però è vero: “Asians rule”. Insomma l’altro ieri facevo mente locale dei miei ultimi spostamenti sul globo ed ho fatto 1+1+1+1+1: il capo della Polizia di Vancouver (costa est del Canada) è cinese; il sindaco di Melbourne (costa ovest dell’Australia) è cinese; al quartiere Esquilino (lo so, lo so, sei a Via Merulana…) Fra resiste come ultimo esemplare di homo indo-europeo in tutto il quartiere; al sesto piano dello studentato Unilodge, a Melbourne, la popolazione asiatica è presente in proporzione pari al 95% degli inquilini. E, come se non bastasse, all’università c’è una visibile, pur se approssimativa, spaccatura tra gli asiatici che studiano scienze e matematica e gli europei che discettano di politica e letteratura. Insomma, Asians rule, stavo per scrivere. Senza fare generalizzazioni, sia chiaro.
Niente generalizzazioni. E infatti ieri parlo con Paul, ragazzo di Shangai emigrato in Australia molti anni fa. L’ho conosciuto in cucina dinnanzi a un piatto di pasta, io, e dinnanzi a non so cosa, lui. Studia matematica, neanche a dirlo, ma ci tiene a precisare che lui è un “local”. Insomma, bye bye Cina. Poi ieri ci si rincontra sulle scale e, parlando del più e del meno, la domanda fatidica: “What about Italy? Is Italy a democracy?”. Per un attimo ho pensato fosse un radicale – con annessa denuncia del regime di monopartitismo imperfetto imperante nel nostro paese -, ho pensato di abbracciarlo – i radicali anche a Melbourne! -, poi ho capito che la sua domanda era dettata da ignoranza, allo stato puro, della situazione. Gli ho risposto di sì, senza mostrarmi troppo stupito. Poi mi ha chiesto “e perché dell’Italia non se ne sente mai parlare, mentre di Sarkozy e della Francia sì?”. E io a dirgli che Sarkozy, finora, è stato tanto fumo e poco arrosto. Che noi siamo un attore più europeo che internazionale, ma che pure sulla moratoria delle esecuzioni capitali…Poi, visto lo spaesamento dell’interlocutore alla parole “Europa”, “moratoria”, ho pensato di assestare un facile colpo di grazia, affibbiando la notorietà del Presidente d’Oltralpe al fatto che abbia sposato Carla Bruni. Italiana. Il semaforo ci separa, non prima che lui mi abbia detto di non conoscere nemmeno Carla Bruni.
Niente generalizzazioni. La sera si continua a cena. Attacca lui, superando tutta la introversione che di cui i residenti del piano – senza generalizzare, ma in particolare i cinesi – hanno dato abile mostra. “Ho cercato Carla Bruni su Google, non è che sia granché”. Non me la prendo, provo a spiegargli del duello storico con Claudia Schiffer e Naomi Campbell. Ma lui non ha mai sentito nulla di tutto ciò. Poi si fa curioso e mi chiede: “Ma voi Europei avete tutti lo stesso aspetto?”. Incredibile, no? Mi metto nei suoi panni – ovvero penso a come io guardo ai cinesi – e dico che “in fondo siamo tutti indo-europei”. Ma poi attacco con le varie differenze: inglesi, scandinavi, terroni. Avverto pure a lui: niente generalizzazioni, questi sono solo stereotipi. Quando mi sente parlare degli svedesi (e delle svedesi) si fa più interessato; allora metto un dito sulla mappa del globo attaccata in cucina e gli indico i paesi scandinavi. Lui strabuzza gli occhi. Ci metto dentro pure i Turchi, nel discorso, che sapete per me sono Europei al 100%. E lui ancora più incredulo. Poi per arricchire il tutto gli dico di come gli italiani, scuri e bassi – capitemi!-, fossero discriminati, almeno in parte, nel Sud Africa dell’apartheid. Solita faccia estasiata. Ripete: “Sud Africa”. Altro dito sulla mappa: “Ecco il Sud Africa”. Ma dell’apartheid non ha mai sentito parlare. Rinuncio.
Niente generalizzazioni, dicevo: questi cinesi spingeranno pure, come si dice a Roma, ma forse tutti gli altri hanno ancora una speranza prima che i cittadini dell’ex impero celeste arrivino a dominare il pianeta. Che questi ultimi, immersi in un paese di oltre un miliardo di persone, pierni di sè come sono, non riescano ancora a guardarsi attorno con piena cognizione di causa. Ma, sia chiaro, non mi permetto di generalizzare nemmeno su questo! Alla prossima…
Ricercopoli
Ricercopoli© è un sistema-Paese, tra i più celebri al mondo.
I giocatori competono per guadagnare rendite di posizione e potere corporativo in un campo d’attività vitale per il nostro paese come quello della ricerca.
A turno i giocatori attorno al tabellone – governi, istituti scientifici, ospedali, atenei e baroni locali – muovono le pedine in senso anti-meritocratico, distribuendo fondi pubblici in modo del tutto discrezionale, avallando gli sprechi “per decreto”, nominando propri sodali e congiunti nei posti chiave della cultura e della ricerca, violando in ogni modo trasparenza e certezza del diritto.
Obiettivo del gioco è quello di ottenere il dominio assoluto e incontrastato nel settore, costringendo alla bancarotta concorrenti e cittadini tutti, in definitiva affossando cultura, economia, legalità e giustizia sociale.
L’Associazione Coscioni vuole cambiare le regole. Ribaltiamo il tabellone?

